— Sono pronto a morire per la felicità di mio cugino, padre, — disse Abei frettolosamente. — Tu sai che io lo amo come mio fratello e che non ho paura dei banditi della steppa.

— Perdonami, sai se io sono violento, — disse il beg. — È il mio carattere.

— Fra me e te, Abei, faremo tremare le Aquile — disse Hossein. — E se è vero che Beg Djura bey ha fatto rapire da loro la mia Talmà, noi frugheremo le sue viscere colle punte dei nostri kangiarri.

— Sì, cugino, — rispose Abei. — Talmà ricadrà nelle tue mani.

— Andate a riposarvi onde essere pronti per domani mattina, — disse il beg. — Ho bisogno di essere solo.

— È impossibile che io possa dormire, — disse Hossein, prendendosi il capo fra le mani, con un gesto disperato.

— Triste notte di nozze!... Mi avessero almeno ucciso le Aquile!

— E la vendetta?... Un uomo della steppa non muore invendicato, — disse il beg con voce sorda. — Uscite, l'uomo deve essere forte prima della battaglia. —

Poi, avvicinandosi a Hossein che pareva facesse degli sforzi prodigiosi per frenare le lagrime, aggiunse con voce raddolcita, ponendogli le mani sulle spalle:

— Giuro su Allah, che chiunque possa essere l'uomo che ha fatto rapire Talmà, e che ha infranta la tua felicità, proverà il filo del mio kangiarro. Giah Aghà non ha mai mancato ai suoi giuramenti e ne avrai la prova. —