Hossein e Tabriz, che non volevano rovinare completamente le loro cavalcature, dalle quali attendevano preziosissimi servigi nell'attacco ai briganti della steppa, si videro quindi costretti a dare il segnale della fermata.
D'altronde non pareva che i russi avessero già investita Kitab perchè, anche poco prima del tramonto, avevano incontrate immense greggi di montoni e lunghe file di cammelli che fuggivano verso occidente, senza però troppo affrettarsi, mentre invece non avevano ancora scorto nessun gruppo di cosacchi dell'avanguardia.
Essendo state le dieci o dodici capannucce di fango secco, che costituivano il minuscolo villaggio, abbandonate dagli abitanti, la scorta senz'altro le occupò, legando i cavalli intorno ai pali che erano piantati dinanzi alle porte.
— Ripartiremo dopo la mezzanotte, — disse Hossein a Tabriz e ad Abei. — Cinque o sei ore di riposo saranno bastanti per i nostri uomini e per i nostri cavalli. —
Cenarono alla lesta, colle provviste che erano rinchiuse nei sacchetti di pelle appesi alle selle, poi tutti si stesero al suolo, divisi in gruppi e non tardarono ad addormentarsi, essendo affranti.
Due uomini soli non avevano chiusi gli occhi: Abei e l'usbeko che Hossein e Tabriz avevano raccolto quasi nudo nella piccola foresta dell'Amu-Darja.
Durante la corsa, quei due uomini si erano già scambiate parecchie occhiate e qualche rapido cenno, come se già da tempo si conoscessero e attendessero l'occasione propizia d'incontrarsi.
Il nipote del beg, che doveva essere impaziente di trovarsi solo coll'usbeko, quando si fu ben assicurato che suo cugino e Tabriz dormivano profondamente, uscì silenziosamente dalla capanna e strisciò verso il primo gruppo di cavalli, dove si scorgeva vagamente, coricata fra le erbe, una forma umana.
— Dormono, — disse Abei sotto voce. — Che cosa significa la tua presenza qui, Hadgi. —
Il luogotenente del disgraziato mestvires si era prontamente alzato, girando all'intorno uno sguardo sospettoso.