Furono trofei della vittoria quattro stendardi, ventinove cannoni ed un gran numero di falconetti e d'armi da taglio.
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Abei intanto continuava la sua corsa, non essendo stato più inquietato dai russi nascosti nei burroni e che d'altronde, non possedendo ottimi cavalli, non avrebbero potuto dargli la caccia.
I banditi di Hadgi, praticissimi della regione, si erano messi alla testa del drappello, il quale si componeva quasi esclusivamente di Sarti, ossia di amici fedelissimi di Talmà, pronti a qualunque sbaraglio pur di liberare la loro signora.
La frontiera della Tartaria chinese, o meglio della Duzungaria, non era lontana.
I cavalli, da due giorni ben riposati, divoravano d'altronde le miglia, col medesimo slancio impetuoso, senza dar segno di stanchezza.
A mezzodì il drappello saliva già i primi contrafforti, che erano coperti da folte foreste, per la maggior parte da macchie immense di querce, di cedri selvatici, di pini e di ginepri sopra i quali si vedevano volteggiare in gran numero aquile d'Astrakan, falconi, merops e sparvieri.
Giunto ad una certa altezza, dove si cominciava a scorgere un sentiero serpeggiante attraverso ad un burrone, i banditi si erano fermati, guardando Abei.
Questi aveva subito compreso che non dovevano trovarsi lontano dal rifugio delle Aquile e che era giunto il momento di prendere delle precauzioni, onde i Sarti non potessero accorgersi della sua intesa coi rapitori di Talmà.
— Amici, — disse, alzando la voce e volgendosi verso i Sarti che stavano caricando i loro moschettoni, fingendosi in preda ad una profonda commozione, — mio cugino è caduto sotto il piombo dei russi, ma io ho giurato al beg, mio zio, di condurre a buon fine l'impresa che ci ha spinti lontani dalla steppa.