— No, — rispose Abei, con voce ferma, — aspetteremo questa sera per sorprenderli.
— Tuo zio, il beg, non avrebbe esitato un solo istante. —
Abei aggrottò la fronte.
— Sono sì o no il capo io? — rispose poi. — Sono io che comando ora e non già il beg mio zio.
Accampatevi e lasciatemi riposare. So bene quello che faccio. —
Levò al proprio cavallo le briglie e la sella, onde potesse pascolare liberamente; stritolò una galletta di granoturco che uno dei banditi gli aveva offerto e andò a sdraiarsi all'ombra d'un platano, mentre i superstiti della scorta, vedendolo così tranquillo s'affrettavano ad imitarlo, in attesa di menar poderosamente le mani contro le Aquile.
Nessun avvenimento turbò il loro riposo. Quando il sole fu prossimo al tramonto, Abei, che aveva sempre dormito o forse aveva voluto farlo credere, si alzò e dopo d'aver insellato il cavallo disse:
— Avanti, amici: il momento è giunto di riprenderci una buona rivincita. Pensate che la liberazione di Talmà, la vostra signora, dipende dal vostro valore.
— Siamo pronti, signore, a dare la vita per la padrona, — rispose ad una voce la scorta.
— Seguitemi dunque: è il nipote di Giah Aghà che vi guida, — gridò Abei sfoderando il kangiarro.