I quattro soldati, che avevano provata una subitanea simpatia per quel bel giovane, quantunque dovesse essere stato un loro nemico, lo avevano deposto frettolosamente sul cadavere d'un cavallo, probabilmente il suo a giudicarlo dalla ricchezza della gualdrappa che era ricamata in oro e dalla bellissima sella tutta a borchie d'argento.
Il sergente gli tolse il kangiarro che teneva ancora in mano, pulì la lama con un lembo della sua grossa casacca e gliela mise dinanzi alle labbra che erano semi-aperte, mormorando:
— L'aria è fredda questa notte; vedremo se l'acciaio si appannerà. —
Attese un mezzo minuto, poi fece un gesto di gioia.
Sull'acciaio si era distesa lentamente come una leggerissima ombra, la quale aveva offuscato lo scintillìo del metallo.
— Respira! — esclamò il cosacco.
— Sia pure nostro nemico, eppure sarei ben lieto che questo giovane si potesse salvare e... —
Si era bruscamente interrotto, retrocedendo vivamente. Anche i quattro soldati lo avevano imitato, armando rapidamente i loro fucili.
Un'ombra gigantesca era sorta a pochi passi da loro, chiedendo con voce rauca:
— Che cosa fate voi, canaglie? Siete i corvi della steppa? Giù quel giovane, o Tabriz vi ucciderà!...