CAPITOLO VI.
Il “Loutis.„

Non si erano ingannati: l'animale che aveva cercato di sorprenderli nel sonno, era veramente un orso d'una razza speciale, che non si trova che sul continente asiatico e specialmente fra la grande catena che, dipartendosi dall'India, si spinge verso l'Afganistan e la Tartaria in lunghe direzioni.

Infatti non aveva il corpo massiccio degli orsi neri e bruni: era invece di forme svelte, col muso molto aguzzo, le orecchie rotonde e grandi, col pelame nerastro, a striature bianche sul petto e con una specie di criniera sul collo.

Quel bestione che doveva pesar non meno di duecento chilogrammi, avrebbe potuto vincere facilmente un uomo, che non avesse posseduto la forza straordinaria di Tabriz e soffocarlo con una stretta poderosa, essendo tutti robustissimi e anche coraggiosissimi.

Il kangiarro del gigante, manovrato da quel braccio d'atleta, aveva aperte tre spaventose ferite sul corpo della belva, dalle quali il sangue usciva a torrenti.

— Gli ho spaccata la spina dorsale, — disse Tabriz, che non sembrava affatto impressionato. — Se i bukari e gli usbeki hanno delle pessime pistole, sanno affilare a meraviglia i loro kangiarri.

— Come mai questo animale, che abita ordinariamente le montagne, si trova qui? — chiese Hossein che lo guardava con vivo interesse.

— È quello che mi domandavo anch'io — rispose Tabriz. — Deve essere disceso dal Kasret-Sultan, spinto forse dalla fame.

— Tu le conosci queste bestie?

— Ne ho cacciate parecchie durante la mia gioventù, signore.