— Che cosa facciamo dunque? — chiese Hossein.
Il bandito stava per rispondere, quando fra le cortine di sabbia apparvero numerosi drappelli di onagri, galoppanti sfrenatamente.
Per statura rassomigliavano agli asini comuni; però le loro forme sono più snelle, i loro orecchi un po' più corti ed il loro pelame grigiastro, attraversato sulla schiena da una riga nera che s'incrocia con altre due all'altezza della spalla.
— A terra! — gridò Karaval con voce tuonante.
In pochi salti raggiunsero la duna più vicina, che formava come un piccolo bastione d'un paio di metri d'altezza, e di qualche centinaia di metri e vi si gettarono dietro stendendosi l'uno accanto all'altro.
Gli onagri, tre o quattrocento per lo meno, caricavano con furia irresistibile, varcando, con agilità stupefacente, le dune di sabbia che trovavano sulla loro corsa.
Precedevano la truppa i maschi, poi venivano i piccini, indi le femmine; però vi era una forte retroguardia formata, a quanto pareva, dagli animali più forti.
Giunti dinanzi alla duna, dietro la quale si tenevano nascosti i tre turchestani, che si erano scavate frettolosamente delle buche, s'arrestarono un momento, poi con un gran salto la varcarono, sollevando una immensa colonna di polvere e continuarono la loro corsa indiavolata.
Il loro slancio era stato tale che nè Hossein, nè Tabriz, nè il bandito erano stati toccati da quei terribili zoccoli.
— Salvi! — gridò il gigante, alzandosi prontamente con una pistola in mano.