CAPITOLO X.
L'assedio.
Gli usbeki che, dal primo ricevimento avuto, avevano compreso di aver da fare con due, pronti a qualunque sbaraglio e ben decisi a difendere la loro vita, giunti a cinquanta passi dalla catapecchia, si erano fermati per consigliarsi sul miglior mezzo di marciare all'attacco.
Temendo di ricevere qualche scarica, si erano stesi al suolo, dietro una macchia di cespugli, forse coll'intenzione di aprire il fuoco, tenendosi dietro quel riparo che, se non li copriva dalle palle, per lo meno li nascondeva.
— Uhm! — disse Tabriz, che li spiava. — Non mi sembrano molto coraggiosi i soldati dell'Emiro.
Con due dozzine d'uomini, a quest'ora avrei dato l'assalto anche al ridotto.
— La partita non è ancora cominciata, — rispose Hossein, che non condivideva l'ottimismo del gigante. — Tu hai dimenticato che sul ridotto vi sono dei falconetti e che questa catapecchia ha le muraglie di fango. —
In quell'istante un colpo di fucile partì dietro il cespuglio, ed una palla si piantò profondamente nella tavola che serviva da barricata.
Tabriz fece un salto, riparandosi dietro lo stipite della porta.
— Pare che si siano finalmente decisi, — disse, sorridendo. — Sono di una prudenza che rasenta quella dei conigli.
— Non esporti, Tabriz.