Eppure il beg quella sera non appariva tranquillo come il solito. Di quando in quando, come se presentisse che qualche cosa di tragico e di terribile dovesse accadere, s'alzava a sedere, respingendo quasi con rabbia il bocchino d'ambra del suo cannello e come se l'essenza di rose, mescolata nella bottiglia dorata, avesse perduto improvvisamente il suo delizioso profumo.

I suoi occhi, sempre vividi e nerissimi, malgrado l'età, si fissavano sui quattro falchi di Abei, che squittivano sui loro bastoni in croce.

Al di fuori forti raffiche si succedevano sbattendo vivamente il feltro grossolano della tenda, impenetrabile alla pioggia.

Già due volte aveva ricaricato il caminetto del suo narghileh, quando i due cani di guardia mandarono un lunghissimo ululato, che aveva qualche cosa di lugubre.

— Karon, — disse il beg, staccando il bocchino d'ambra e gettando in aria un ultimo getto di fumo, — chi si avvicina?

— I nostri uomini, signore, che accampano all'aperto, nulla hanno avvertito; i cani avranno fiutato qualche animale, — rispose Karon.

— No, — disse il beg. — Non urlerebbero così! E poi a quest'ora si sarebbero slanciati sulla steppa. Va' a vedere. —

Il servo, che era una specie di maggiordomo, che aveva preso il posto di Tabriz, uscì dalla tenda e dopo d'aver interrogato i guardiani dei cammelli, dei montoni e dei cavalli, si avanzò risolutamente attraverso le alte erbe, quantunque fosse sicuro che i cani ed anche il beg si fossero ingannati.

Aveva percorso un tre o quattrocento passi, quando i suoi orecchi furono colpiti da un galoppo precipitoso, che pareva prodotto da più cavalli.

Temendo che qualche banda di briganti fosse per irrompere sull'accampamento, tornò rapidamente nella tenda del beg, informandolo di quanto aveva udito.