I due khorassani mandarono un lungo nitrito, alzarono gli orecchi e ripartirono cogli occhi scintillanti, le narici dilatate e la bella testa non più curva innanzi, bensì gettata indietro. I carnivori salutarono la partenza dei khorassani con uno spaventevole ululato, che si ripercosse lungamente nella tenebrosa pianura, non ostante i fischi ed i muggiti delle raffiche.

— I maledetti ci annunciano alle Aquile, — disse Tabriz serrando le ginocchia e armando una delle due pistole.

— Non far fuoco per ora, — disse Hossein. — I banditi potrebbero anche credere che i lupi diano la caccia a qualche drappello di onagri (asini selvaggi) o di gazzelle. —

I lupi facevano sforzi prodigiosi per non perdere terreno e continuavano a balzare fra le erbe, ululando a tutta gola.

Divisi in due file, galoppavano a destra ed a sinistra dei due khorassani, tenendosi ad una distanza di cinquanta o sessanta metri.

Non essendo più di una trentina fra tutti, non si sentivano abbastanza forti per precipitarsi risolutamente all'attacco. Probabilmente contavano o sull'esaurimento delle forze dei cavalli, o sulla caduta dell'uno o dell'altro, per avventarsi.

Quella corsa sfrenata durava solo da pochi minuti, quando Tabriz scorse sulla linea dell'orizzonte, che aveva cominciato un po' a rischiararsi, grandi ombre che si serravano rapidamente.

— Padrone! — disse. — Le Aquile sono dinanzi a noi. Guarda quella linea oscura che si muove laggiù. Si preparano a chiuderci il passo.

— Le Aquile! — esclamò Hossein, alzandosi sulle larghe staffe d'acciaio, per abbracciare maggior spazio.

— Sì, padrone, non m'inganno, io. —