In quel punto si udì uno dei servi di Talmà ad urlare:
— Vedo dei cavalieri che accorrono!... I Sarti! I Sarti!... —
Hossein si era precipitato verso il parapetto, mentre Tabriz, che pareva fosse diventato improvvisamente furioso, con un colpo di spalla faceva crollare uno dei pilastri della veranda, a rischio di far cadere una parte del terrazzo sovrastante, coprendo di macerie le Aquile che stavano per rialzare la scala.
Quattro o cinque drappelli di cavalieri giungevano a briglia sciolta, attraversando la steppa come un uragano. Ai primi chiarori dell'alba si poteva distinguere un bel vecchio dalla lunga barba bianca, cavalcare alla loro testa su un destriero nero come un corvo e che spiccava dei salti straordinari.
— Mio zio! — esclamò Hossein. — Amici, Tabriz, siamo salvi. —
Un grido che parve un colpo di tuono, uscì dalle labbra del vecchio.
— Agha beg vi uccide, miserabili!... È il terrore delle Aquile!... Fuoco e caricate col kangiarro!... Spazziamo queste canaglie!... —
I banditi, accortisi dell'arrivo di quei drappelli che erano numerosissimi e ansiosi di prendere parte alla lotta, si ripiegarono disordinatamente verso la steppa.
— In sella! — comandò Hadgi, il luogotenente del mestvires. — Riprenderemo al momento opportuno la partita. —
Una tromba squillò sonoramente. Era il segnale della fuga.