Il mio!... Sarà meglio che lo metta al sicuro e che me lo tenga presso.

Heggiaz!... —

Un nitrito rispose subito alla chiamata del vecchio, poi un superbo cavallo sorse dall'ombra, accostandosi all'entrata della tenda e presentando il suo muso al padrone.

Era tutto nero, col pelo lucentissimo e bardato con un lusso che solo un ricco beg può permettersi. Le briglie e la sella avevano pendenti formati di zecchini e catenelle d'oro e la gualdrappa, che scendevagli fino al ventre per ripararlo dall'umidità della notte, era tutta ricamata in argento con numerosi gruppetti di perle di Barehin ai quattro angoli.

Il beg gli gettò sulle nari una boccata di fumo odoroso, che il cavallo, al pari dei cammelli turchestani, parve gradire, poi gli disse:

— Coricati presso di me, mio bravo Heggiaz. Tu senti meglio di me i nemici, anche quando sono ancora lontani. —

Il cavallo obbedì docilmente, coricandosi fra le alte erbe che crescevano intorno alla tenda.

Il beg si era rimesso a fumare colla sua solita pacatezza, seduto su un pesante cofano che Tabriz aveva colà collocato, onde rinforzare meglio le pertiche reggenti la vasta tenda.

Di quando in quando s'interrompeva, per mettersi meglio in ascolto e per scrutare le tenebre. Non udiva che il sibilar rabbioso delle raffiche e dentro lo squillare inquieto dei falchi.

Passò un'ora, poi un'altra ne trascorse, senza che alcun essere umano si mostrasse sulla steppa. Il beg non fumava più colla calma abituale; aspirava rabbiosamente il fumo della sua pipa, facendo gorgogliare fortemente l'acqua profumata coll'essenza di rosa, racchiusa nel vaso di vetro.