— Slonchay!... Dismillahir rahmnvir rahim! — (All'erta!... Suoni la mia parola in nome di Dio santo ed inesorabile).
Il beg, si era messo alla testa dello squadrone e, siccome il suo cavallo era tutt'altro che stanco, lo conduceva con una velocità vertiginosa, temendo di giungere troppo tardi.
Avevano percorso appena un paio di miglia, quando i cavalieri cominciarono a udire confusamente le scariche di moschetteria.
— Preparate le armi! — gridò il beg, reggendosi sulle larghe staffe e levandosi dalla fascia il kangiarro. — Nessuna compassione per quei ladroni. —
Continuarono la corsa sfrenata per parecchi minuti ancora, mentre le scariche diventavano intense e più forti.
— Kabarda! Kabarda!...[6] — gridarono ad un tratto i cavalieri.
Degli uomini fuggivano al galoppo attraverso la steppa, mentre dei lampi balenavano fra le erbe e più in alto, sul terrazzo e sulla veranda della casa di Talmà, che era ormai visibile.
— Nuher (scudiero), suona la carica! — gridò il beg.
Un uomo, che lo seguiva da presso, levò da una fonda della sella una specie di flauto e si mise a suonare rabbiosamente, cavando dall'istrumento delle note stridenti, che si propagavano a grande distanza.
I banditi che assediavano la casa, sentendosi rovinare addosso quella turba di cavalieri, si erano dispersi precipitosamente per raggiungere i loro animali nascosti fra le alte erbe.