— È quello che mi ero già chiesto anch'io, — rispose il gigante. — Qui sotto ci deve entrare la mano di qualche uomo potente.
— Di un Khan?
— Quello di Khiva o di Bukara. Eh!...
— Può darsi — disse Abei. Poi ricadde nel suo mutismo, aizzando il piccolo e villoso cavallo datogli dal Sarto.
Un'ora dopo giungevano alla tenda. I due cavalli che Tabriz e Hossein avevano lasciati liberi, brucavano le erbe come meglio potevano, avendo ancora il morso.
I Sarti, aiutati dal gigante, levarono le pertiche, piegarono l'immensa tela di grosso feltro, caricarono tutto sui cavalli, compresi i cofani, poi si rimisero in marcia.
Abei non si era occupato che dei suoi falchi ai quali ci teneva immensamente.
Verso le tre del pomeriggio la carovana giungeva dinanzi alla casa di Talmà, che brulicava di persone accorse in gran numero da tutti i vicini villaggi di quella parte della steppa, per assistere alle nozze.
I matrimoni che si celebrano nelle steppe turaniche, attirano sempre un gran numero di persone, perchè quello è un giorno di festa e di baldoria per tutti, anche per gli stranieri, anche pei nemici, i quali vengono considerati come ospiti e nulla hanno quindi da temere, almeno fino a che le feste durano.
Quando si tratta specialmente d'un matrimonio fra persone cospicue, non è raro vedersi radunare delle migliaia di cavalieri giunti da villaggi anche lontanissimi, perchè sanno che gli sposi daranno cacce, corse di cavalli e soprattutto banchetti colossali, dove s'immoleranno centinaia di montoni e dove il latte inacidito e fermentato di cammelle scorrerà a fiumi.