— Non ne dubito, — rispose Alvaro.

— L’affronterete?

— Gli scaricherò fra le mascelle l’archibugio. Vedremo se con una pillola di piombo che pesa due oncie sarà ancora in grado di tornarsene in acqua. —

Erano giunti presso la riva ma ogni rumore era cessato. Eppure il caimano non doveva essere lontano. Il venticello notturno portava fino ai due naufraghi un acuto odore di muschio, profumo che esalano quei brutti rettili delle savane americane.

— Che sia tornato nella palude? — si chiese Alvaro.

Stava per alzarsi sulle ginocchia, quando le canne che stavano dinanzi a lui si schiusero bruscamente e due mostruose mascelle, armate di una vera rastrelliera d’avorio, si spalancarono sprigionando quel fetore nauseante di carni corrotte che esalano le gole sanguinose delle belve.

Carraco! — esclamò Alvaro, puntando rapidamente l’archibugio già armato e cacciando la canna entro l’enorme gola del rettile. —

Risuonò una detonazione soffocata, giacchè le due formidabili mascelle si erano subito rinchiuse, credendo di stritolare come un fuscello la grossa canna del fucile.

Il caimano, che aveva inghiottita la carica, bruciandosi e fracassandosi la gola, si rizzò tutto d’un colpo sulla coda come un serpente che sta per scagliarsi sulla preda, lanciando un profondo muggito, poi cadde all’indietro agitando pazzamente le zampe larghe e palmate.

— Pare che abbia trangugiato malamente il confetto di piombo, — disse Alvaro. — Deve essergli rimasto in gola.