Si era aggrappato ad una liana che scendeva da un ramo, quando un rumore strano che veniva da un folto gruppo di cespugli, lo arrestò perplesso.

— Che vi siano degl’indiani qui? — si chiese con ansietà.

Il rumore aumentava. Pareva che piuttosto che un uomo, qualche animale stridesse i denti o li battesse fortemente gli uni contro gli altri. Garcia, lo abbiamo già veduto alla prova, possedeva un coraggio veramente eccezionale in un ragazzo della sua età, tuttavia si sentiva il cuore battere precipitosamente come se volesse uscirgli dal petto.

D’altronde anche un uomo che si fosse trovato solo, in mezzo a quella foresta che poteva nascondere mille pericoli, abitata oltre che da mangiatori di carne umana anche da belve non meno sanguinarie dei selvaggi, non si sarebbe certamente mantenuto tranquillo.

Con una mano stretta alla liana e coll’altra armata dell’archibugio, Garcia ascoltava attentamente cercando di spiegarsi le cause di quei rumori.

Ad un tratto udì dei grugniti, poi uno scricchiolare di rami.

— Che vi siano dei cinghiali qui? — si domandò, cominciando a tranquillizzarsi. — E perchè no? Ve ne sono anche da noi e mi hanno anche detto che valgono quanto i maiali.

Che bella sorpresa pel signor di Correa se gliene portassi uno! —

Un po’ rassicurato, si nascose dietro il tronco dell’albero, tenendo il dito sul grilletto dell’archibugio.

La sua attesa non fu lunga. I folti cespugli si erano aperti per lasciare il passo ad un animale che rassomigliava e che aveva anche la statura d’un cinghiale.