Mi guardarono senza rispondere. Erano annichiliti dallo spavento.
Compresi che mai sarei riuscito a deciderli e d’altronde che cosa avremmo potuto fare noi, che non sapevamo nemmeno da qual parte dirigerci? Per parecchi minuti udimmo gli archibugi a sparare e le urla dei Charruà, poi subentrò un silenzio assoluto.
Tutto doveva essere finito. Solis e la sua gente, sorpresi in qualche imboscata abilmente preparata dagl’indiani, dovevano essere stati massacrati.
I miei compagni mi pregarono di tagliare la corda dell’ancora e di raggiungere al più presto la nave che ci aspettava all’imboccatura del fiume; mi rifiutai recisamente di lasciare il posto almeno fino all’alba dell’indomani.
Avevo la speranza che qualcuno fosse riuscito a sfuggire alla strage e che giungesse da un momento all’altro sulla riva.
Quando la notte discese, vedemmo dei fuochi giganteschi ardere sotto i boschi.
Impaziente di sapere qualche cosa sulla sorte toccata al mio sventurato capitano, mi decisi a scendere a terra.
Essendosi i miei compagni rifiutati di accompagnarmi, sbarcai solo portando con me un archibugio ed uno spadone.
I fuochi che continuavano ad ardere sul fianco d’una collina boscosa, mi servivano di guida. Mi gettai sotto gli alberi e procedendo guardingo e silenzioso, mi avanzai nella boscaglia, col cuore trepidante, credendo ad ogni passo di sentirmi trapassare le carni da qualche lancia o di sentirmi fracassare il cranio da quelle terribili mazze di legno del ferro che già avevo veduto nelle mani dei selvaggi.
I Charruà invece, convinti di averci tutti distrutti, non avevano lasciato il luogo ove era caduto Solis, sicchè dopo una mezz’ora d’angoscie inenarrabili e di incessanti terrori, potei giungere a soli centocinquanta passi dall’accampamento dei selvaggi.