Uno spettacolo atroce, che non dimenticherò mai, anche se dovessi vivere mille anni, s’offerse ai miei occhi.

Su un braciere immenso, disposti su una specie di graticola formata da grossi rami verdi, arrostivano nove dei miei disgraziati compagni, imbrattati di sangue dal capo alle piante.

Quasi tutti avevano il cranio sfracellato, senza dubbio dalle pesantissime mazze dagl’indiani.

— Canaglie! — esclamò Alvaro facendo un gesto di disgusto.

— In mezzo a quei miseri, le cui carni crepitavano al contatto delle fiamme, spandendo all’intorno un odore nauseante, distinsi Solis.

Aveva la gola aperta e la testa schiacciata.

Intorno, più di duecento Charruà, nudi come vermi, ma adorni di collane formate da denti di caribbi, quei piccoli pesci voraci di carne umana che infestano i fiumi di questi paesi, parevano aspettassero qualche cosa. Erano, tutti armati di lancie e di mazze e di archi grandissimi.

Ad un tratto un urlo straziante giunse ai miei orecchi.

— Grazia! Grazia! —

Quattro indiani di statura gigantesca trascinavano un marinaio, il quale si dibatteva disperatamente tirando calci nelle gambe dei suoi guardiani.