L’avevano preso vivo, ma la sorte di quel disgraziato non doveva essere migliore degli altri che erano caduti colle armi in pugno.

Vidi i Charruà trascinarlo verso una enorme pietra, sulla cui superficie era stato tracciato una specie di canaletto e gettarvelo sopra dopo averlo legato in modo da impedirgli di fare il menomo movimento.

Io, inorridito, non osavo fiatare. D’altronde che cosa avrei potuto fare contro quei duecento e più indiani?

Quando il mio sfortunato camerata fu legato, vidi uscire dalle file dei Charruà un indiano dipinto metà in azzurro e metà di nero, carico di collane e di braccialetti formati di denti di caimani, di giaguari e di vertebre di serpenti e col capo adorno d’un enorme ciuffo di penne di pappagallo.

In una mano teneva una specie di coltello formato con una conchiglia affilatissima e nell’altra una ciotola di terra cotta.

Il mostro s’avvicinò alla vittima che urlava in modo straziante e con un colpo rapido lo scannò lasciando scorrere il sangue nel canaletto e che subito raccolse nella ciotola.

Stava per accostarsela alle labbra, quando stramazzò al suolo colpito da una palla.

Avevo fatto fuoco sul miserabile senza pensare al pericolo a cui mi esponevo.

Udendo questo sparo e vedendo cadere lo stregone della tribù, i Charruà erano rimasti come inebetiti.

— E avete approfittato del loro stupore per fuggire, — disse Alvaro.