— Sì, signor Viana. Mi precipitai giù per la collina, correndo all’impazzata e quando udii le urla di rabbia degl’indiani e m’accorsi che si preparavano a darmi la caccia, ero già ben lontano.

In pochi minuti attraversai lo spazio che mi separava dal fiume. E una terribile sorpresa mi aspettava.

I miei compagni, credendomi ormai perduto, erano fuggiti lasciandomi solo fra quelle foreste e coi Charruà alle spalle!

— I vili! — esclamarono ad una voce Alvaro e Garcia.

— Mi credetti perduto, — proseguì il castigliano. — Udivo le urla furiose dei Charruà avvicinarsi con fantastica rapidità.

In quel momento ebbi una ispirazione. Non avevo veduto nessuna canoa indiana sul fiume quindi supposi che i Charruà non ne possedessero.

Essendo un buon nuotatore, decisi di gettarmi in acqua. Era d’altronde la sola via di scampo che mi rimaneva.

Se fossi tornato nella foresta, quei demoni non avrebbero tardato a scoprirmi e gettarmi più tardi sulla graticola sulla quale stavano cucinando il capitano ed i suoi marinai.

Confidando nelle mie forze e nella mia abilità, mi gettai il fucile in ispalla, mi spogliai rapidamente delle vesti e balzai nel Plata, che in quel luogo era largo non meno di sei o sette chilometri.

Quando i Charruà giunsero sulla riva io mi trovavo già in mezzo al fiume.