Nuotavo vigorosamente guardandomi alle spalle, paventando sempre di vedermi dietro qualche selvaggio.

A mezzanotte mi trovavo a due o trecento passi dalla riva opposta. Cominciavo a rallegrarmi, quando provai ad una gamba un dolore così intenso che mi strappò un grido.

Mi pareva che qualche pesce mi avesse cacciato nella carne un ago e che mi avesse levato di colpo un brandello di carne.

Spaventato, non sapendo veramente a che cosa attribuire quel dolore, affrettai il nuoto. Un momento dopo un altro morso, non meno doloroso del primo, mi strappava un secondo urlo, poi mi sentii scivolare fra le gambe e le braccia miriadi di pesci i quali mi assalivano da tutte le parti con furore, piantandomi i denti dappertutto.

— Che cos’erano? — chiese Alvaro che s’interessava grandemente a quel racconto emozionante.

— Ero caduto in mezzo ad una banda di caribi.

— Non so che cosa siano.

— Ve lo dirò poi. Fortunatamente, come vi dissi, la riva era vicina. Nuotando disperatamente la raggiunsi e mi issai faticosamente fra le piante che la coprivano.

In quale stato mi avevano ridotto quei piccoli mostri! Il sangue mi usciva da cento fôri e la mia pelle era bucherellata peggio che una schiumarola.

— Quei pesci erano molto grossi dunque? — chiese Alvaro.