— Sì, come la mano del vostro mozzo o tutto al più come la vostra, — rispose Diaz, ridendo. — I caribi sono peggiori degli jacarè ossia dei caimani e sono così avidi della carne umana che quando s’imbattono in un nuotatore in pochi minuti se lo divorano vivo non lasciando intatto che lo scheletro.

Oh farete anche voi, una volta o l’altra la loro conoscenza, non ne dubitate e allora mi saprete dire che denti posseggono quei mostriciattoli che a ragione si considerano come un vero flagello dei fiumi sud-americani.

— Li lascio ben volentieri agl’indiani, — disse il portoghese. — Proseguite, mio caro Diaz.

— Rimasi quasi una settimana nascosto nelle foreste, prima di essere in grado di mettermi in marcia, vivendo di frutta, di radici e qualche volta di caccia, poi mi accinsi alla grande impresa che avevo meditato.

Un vecchio indiano si mise a spaccare gli arrosti.... (Cap. II).

Sapevo che gli spagnuoli avevano fondato degli stabilimenti nel Venezuela e mi ero fisso in capo di raggiungerli.

Si trattava d’un viaggio che poteva durare qualche anno se non di più, d’altronde era l’unica via di salvezza che mi si presentava.

Camminai settimane e settimane attraverso boschi immensi che non finivano più, evitando i villaggi indiani per non terminare sulla graticola, ed addentrandomi sempre più nel Brasile, finchè un giorno caddi in mezzo ad un accampamento di Tupinambi. Sia che il colore della mia pelle, o la mia lunga barba o le vesti formate di pelliccie di giaguaro imponessero a quei selvaggi non so quale rispetto o per altra causa, essi, invece di uccidermi e di mangiarmi, mi accolsero come un amico. Essendo morto qualche settimana prima il loro stregone, dopo essere stato mutilato da un jacarè, mi nominarono al suo posto ed ecco come divenni un pyaie.