— Ti fanno paura, mio piccolo Garcia?

— Sì, signore, molta paura. Un mio zio, che era marinaio di Cabral, è stato divorato da quegl’indiani a Porto Seguro, trentacinque anni or sono.

— Hai ragione di rabbrividire, mio povero Garcia. I selvaggi però non ci hanno ancora nelle loro mani e poi non sbarcheremo senz’armi. A bordo vi sono ancora dei moschetti e anche parecchi barilotti di polvere.

Vediamo dove questa caravella è naufragata. —

Lasciò il mozzo e risalì la scala che conduceva sul cassero e che le onde avevano fino allora risparmiata, e tenendosi aggrappato alle murate si spinse verso poppa, salendo su una cassa per poter meglio dominare la baia.

Un vero grido di meraviglia gli sfuggì, allo spettacolo che si offriva dinanzi ai suoi occhi. La tempesta aveva spinto la caravella in una specie di golfo così splendido, che Correa non ne aveva mai veduto prima uno più pittoresco.

Era un immenso bacino di trenta e più miglia di circonferenza, contornato da colline coperte di alberi superbi d’un verde magnifico, che scendevano dolcemente, formando poi, alla loro base, centinaia e centinaia di seni graziosi, pure ombreggiati da piante.

A destra serviva di sponda il continente; a sinistra invece una grande isola[3] tutta coperta di palme e di noci di cocco; nel mezzo invece s’alzavano numerose isolette le une più pittoresche delle altre, veri giardini disseminati su quel golfo.

Dei fiumi, cinque o sei, dalla foce molto ampia, si versavano in mare lottando furiosamente contro le onde che tentavano di respingere le loro acque.

— Che paese meraviglioso! — esclamò Alvaro, entusiasmato. Non l’avevo prima osservato; peccato però che queste spiagge siano abitate da antropofagi ributtanti, che si dice abbiano sopratutto una passione spiccata per la carne degli uomini bianchi. Già è un piatto piuttosto raro che non abbonda in queste regioni, almeno per ora.