Qualche minuto dopo Alvaro ed i suoi compagni udivano i rami e le foglie a muoversi nuovamente nella foresta. La banda che doveva essersi arrestata in attesa dei suoi esploratori, aveva ripresa la marcia.
Infatti cinque minuti più tardi, una trentina di selvaggi invadeva la radura, fermandosi a breve distanza del summameira.
— Sono in buon numero, — mormorò Alvaro che non si sentiva troppo tranquillo, non ostante le continue assicurazioni del marinaio di Solis. —
I selvaggi si sedettero in circolo mentre tre o quattro radunavano dei rami secchi e fregavano su dei piccoli bastoni d’un legno speciale di cui i brasiliani si servivano per accendere il fuoco, essendo a loro affatto sconosciuto l’uso dell’acciarino e delle selci.
Bentosto una fiamma brillò e la legna, ben secca, prese fuoco illuminando la radura.
— Come sono brutti! — non potè trattenersi dal mormorare il mozzo.
Ed infatti quei selvaggi erano davvero orribili. Avevano i lineamenti assolutamente scimmieschi, angolosi, la fronte bassissima, gli occhi cisposi, i capelli lunghi, neri e grossolani che somigliavano a crini di cavallo, i corpi magrissimi, coperti per la maggior parte di strati di colori e di sudiciume.
Intorno ai fianchi non avevano che qualche brandello d’una stoffa grossolana, presa probabilmente ai nemici vinti od un fascio di foglie secche.
Sopra il mento poi portavano tutti l’orribile barbotto costituito da un pezzo di legno più o meno rotondo, incastrato nella carne e che rialzava schifosamente il labbro inferiore.
Le loro armi consistevano in mazze pesantissime di legno del ferro ed in bastoni appuntiti ed induriti col fuoco e in pochi archi con frecce lunghissime formate con bambù e munite sulla punta di pungiglioni delle acacie.