Gli Eimuri che avevano invasa la radura, dovevano aver seguite le tracce lasciate dal marinaio castigliano durante la sua fuga attraverso le foreste.

Quell’accanimento contro un uomo solo, era derivato dal desiderio di assaggiare le carni di quell’individuo di colore così diverso dai selvaggi brasiliani o da altro? Se si fosse trattato d’una tribù, i cui membri potevano fornire carne umana in abbondanza, quella caccia era spiegabile, ma ad Alvaro e fors’anche a Diaz non pareva naturale.

Gli Eimuri parevano furiosi di non ritrovare le tracce del fuggitivo che da parecchi giorni, con una costanza incredibile, seguivano risoluti, a quanto pareva, d’impadronirsene.

Dopo d’aver percorsa in tutti i sensi la piccola radura, erano tornati a radunarsi intorno al fuoco, manifestando il loro malumore con una serie di ruggiti e di urla rauche, che ben poco avevano di umano.

Certo la mancanza improvvisa di tracce, che il suolo umido della foresta avrebbe dovuto rendere facilmente visibili, doveva averli scombussolati e anche assai imbarazzati.

Gesticolavano animatamente, scambiandosi le loro idee ed impugnavano le loro pesanti mazze, agitandole forsennatamente.

Per fortuna nessuno di essi aveva rivolto uno sguardo al summameira. Il sospetto che l’uomo bianco potesse essersi nascosto fra le folte fronde dell’albero, almeno fino allora, non era ancora passato nei loro cervelli.

Per qualche ora tennero consiglio, poi Alvaro ed i suoi compagni li videro riprendere le armi e scomparire nuovamente nella foresta, divisi in parecchi drappelli.

— Cercano le mie orme, — disse Diaz, quando non li vide più, e ogni rumore cessò.

— Come spiegate tanto accanimento? — chiese Alvaro. — Forse pel desiderio di assaggiare della carne che ha la pelle bianca?