Alle nove del mattino, completamente esausti e anche molto affamati, si arrestavano sulle rive d’un fiume largo una quarantina di metri ed ingombro di piante acquatiche sotto le quali potevano benissimo celarsi degli anfibi e anche dei pesci, tutt’altro che inoffensivi.

— Eccoci già a buon punto, — disse il marinaio scendendo la riva. — Se possiamo trovare un guado e nessuno ci ostacolerà il passaggio, non avremo più nulla da temere da parte degli Eimuri che mi cercavano.

Quei selvaggi hanno troppa paura dell’acqua e per costruire un ponte con tronchi d’albero ci vuole del tempo.

— Gettiamoci a nuoto, — disse Alvaro. — L’acqua non mi sembra profonda e la corrente è poco rapida.

— Alto là, signore, — rispose il marinaio. — I fiumi del Brasile non sono quelli del vostro paese e nemmeno quelli del mio.

Sono forse più pericolosi delle foreste.

— Non scorgo nessun jacarè.

— Se vi fossero solamente dei caimani, non mi preoccuperei tanto, mio signore. Non sono sempre affamati e poi non sempre assaltano l’uomo.

— Allora temete i caribi.

— No, non ve ne devono essere qui. Quei mostriciattoli preferiscono le acque profonde e limpide.