Una sera ho attirato fino sulla porta della mia capanna due sucuriù che da qualche tempo divoravano i miei pappagalli.

Signor Viana, risaliamo il fiume e cerchiamo un altro guado meno pericoloso.

— E la colazione, a quando? Non dimenticate che marciamo da cinque o sei ore, e che è dal pomeriggio di ieri che non entra una bricciola di carne nel nostro stomaco.

— A più tardi, quando avremo varcato il fiume. Le foreste del Brasile non difettano di selvaggina per gli uomini che hanno delle armi. —

Si misero a costeggiare il fiume, guardando attentamente dove posavano i piedi, essendovi in quel luogo parecchi tronchi atterrati che potevano servire di asilo ai pericolosissimi jararacà, quei serpentelli color delle foglie secche che s’attaccano subito alle gambe e che uccidono l’uomo più robusto in pochi minuti.

Lungo la riva s’alzavano delle bellissime palme, alte otto o dieci metri sui cui tronchi si vedevano dei grossi grani d’una materia bruna che il marinaio staccava mettendosela nel piccolo sacco di pelle che portava alla cintura.

— Che cosa raccogliete? — chiese Alvaro che non comprendeva a che potessero servire quelle pallottole.

— Il pane per la colazione, — rispose il marinaio, sorridendo. — Le carnahuba sono piante preziose e se avessimo del tempo potrei anche darvi dei biscotti.

Non potendo noi fermarci qui, per ora mi accontento della gomma che queste piante trasudano e che costituisce un eccellente commestibile.

— Io sarei passato mille volte dinanzi a questi alberi senza immaginarmi che mi avrebbero potuto dare del cibo.