Ringagliarditi da quel pasto assai sostanzioso e abbondante se non variato, i tre europei ripresero le mosse, spronati dal pensiero che gli Eimuri avessero già trovato il modo di varcare il fiume e che seguissero già le loro orme.

La foresta era sempre foltissima e costituita da poche varietà di piante per la maggior parte senza frutta.

Erano macchioni enormi di isonandra, di alberi da cui si ricava oggidì la guttaperca; di bombonax colle cui foglie si fabbricano degli splendidi cappelli di paglia che poco hanno da invidiare a quelli famosi di Panama; di laranjus i cui fiori profumavano l’aria e di persee piante bellissime queste, alte come i nostri peri e che producono delle frutta grosse come limoni, che intorno al nocciuolo hanno una polpa verdastra, di sapore nauseante, che sembra burro e che si mangia, da taluni, volentieri specialmente se condita con sale, zucchero e vino di Xeres.

Il vampiro aspirava pian piano, senza cessare di muovere le ali. (Cap. XVII).

Pochi uccelli abitavano quella boscaglia, quasi tenebrosa per la foltezza delle foglie e umidissima: dei tanagra, colle penne azzurre ed il ventre aranciato; qualche cardinale colla testa rossa e qualche grosso pappagallo che cicalava a piena gola, noioso come tutti i suoi simili.

Il marinaio che sapeva dirigersi anche senza bussola e che aveva le gambe solide, camminava velocemente senza mai deviare, nè esitare, mettendo a dura prova le forze dei due naufraghi.

— Avanti sempre, senza fermate, se volete sfuggire agli Eimuri, — diceva sempre. — È così che io sono riuscito a tenerli sempre a distanza.

— Noi non possediamo dei garretti d’acciaio, — brontolava Alvaro. — Non siamo vissuti quindici anni fra i selvaggi. —