— È necessario, — ribatteva il marinaio. — Chi rimane indietro è uomo morto.

E sempre spronati da quella paura, continuavano ad avanzarsi nell’immensa foresta, passando da un macchione all’altro, sovente strisciando come rettili, quando non riuscivano a trovare un passaggio fra quell’immenso caos di alberi, di cespugli e di liane.

Alla sera, esausti ed affamati, si arrestavano sulla riva d’un torrentello.

— Basta, — disse il marinaio. — Abbiamo marciato come selvaggi brasiliani, riposiamoci qui.

Anche gli Eimuri dormono; possiamo quindi fare anche noi altrettanto.

Cenarono con alcuni banani, poi si lasciarono cadere al suolo, sotto un albero immenso che stendeva i suoi rami in tutte le direzioni.

— Dormite pure, — disse il marinaio che era il meno stanco. — Io monto il primo quarto di guardia. —

CAPITOLO XVII. La savana sommersa.

Fu una notte di continue angoscie per tutti. L’idea che quei ferocissimi selvaggi fossero già vicini e che potessero, da un momento all’altro, sorprenderli per divorarli, impedì a tutti tre di dormire.

I loro timori però non si avverarono e la notte passò tranquilla, senza allarmi. Tuttavia salutarono con gioia lo spuntare del sole, il quale almeno permetteva loro di poter scorgere i nemici ed impedire una possibile sorpresa.