— Era tempo, — rispose Alvaro. — Se la corsa continuava ancora un po’ mi lasciavo cadere al suolo.

E poi stomaco vuoto non sta diritto. Ah! Se avessimo ancora le nostre gallette!

— Sono già state digerite dagli Eimuri; non pensateci quindi più. Vi rifarete nei villaggi dei Tupinambi, se riusciremo a raggiungerli.

— Dubitate che noi possiamo sfuggire all’inseguimento degli Eimuri? — chiese Alvaro con inquietudine.

— Sì, se non troviamo qualche rifugio inaccessibile od un altro fiume che li arresti e che permetta a noi di guadagnare via.

Ve lo dissi già, quei selvaggi corrono velocemente e voi non potete gareggiare colle loro gambe.

Tuttavia non disperiamo e poi voi avete dei fucili e le armi da fuoco producono sempre una tremenda impressione sugl’indiani.

Ah! Ma noi dimentichiamo la colazione. Eh! —

Aveva alzato il capo guardando un albero, alto trentacinque o quaranta metri, col tronco coperto da una corteccia tutta irta di bitorzoli spinosi.

Era un paiva, o albero cotonifero, di dimensioni enormi.