Quando Alvaro si svegliò, con suo immenso stupore non si trovò più sotto l’albero che gli aveva servito d’asilo, nè sulla riva della savana sommersa.

Era coricato su un soffice e fresco strato di foglie di palma e chiuso entro una capannuccia formata di grossi tronchi d’albero e senza alcuna apertura.

La luce però entrava a sufficienza dalle fessure delle pareti sicchè poteva vedere ciò che si trovava in quella umile dimora.

D’un balzo si era rizzato in piedi, chiedendosi se era in preda ad un sogno, non potendo ammettere che il marinaio durante la notte e da solo avesse potuto costruire quel ricovero.

Un grido gli sfuggì tosto scorgendo in un angolo il mozzo, disteso su un altro strato di foglie e col viso imbrattato di sangue.

— Garcia! Garcia! — gridò, precipitandosi verso di lui. — Che cosa è avvenuto? Dove siamo noi? Perchè hai il viso insanguinato?

Il ragazzo udendo quelle grida aveva aperti gli occhi e si era alzato a sedere sbadigliando è stiracchiandosi.

— Ah! Buon giorno, signor Alvaro, — disse. — È tornato il marinaio.

— Ma che marinaio! — gridò Alvaro. — Guarda dove siamo!

— Oh! In una casa! Chi l’ha costruita e vo...... Mio Dio, signore! Avete del sangue dietro l’orecchio destro e tutta la spalla è lorda. Chi vi ha ferito?