— Anch’io sono lordo di sangue! E anche tu! —
Si portò una mano dietro l’orecchio e la ritrasse bagnata.
— Chi ci ha conciati in questo modo? — si chiese.
— Che qualche bestia vi abbia punto, signore? Quei formiconi che abbiamo mangiati fritti, per esempio.
— Io non lo so; il fatto è che mi trovo debolissimo. Quella bestia deve avermi fatto perdere molto sangue.
— Ed anch’io signore mi sento sfinito, — rispose il mozzo. — E Diaz? E chi ci ha condotti in questa capanna? Che ci abbia portati lui mentre dormivamo? —
Alvaro stava per rispondere, quando un urlìo selvaggio, spaventevole gli giunse agli orecchi.
Quell’urlìo l’aveva udito ancora, sulle rive del fiume, quando gli Eimuri erano comparsi interrompendo bruscamente il pranzo.
Impallidì e si sentì la fronte bagnarsi prima d’un sudore caldo, poi freddo.
— Ci hanno presi! — esclamò con voce soffocata, guardando Garcia con ispavento. — Ora comprendo tutto. Noi siamo prigionieri degli Eimuri!