In quel momento la porta della capanna si aperse e comparve un indiano armato d’una pesantissima clava.
CAPITOLO XVIII. I Pyaie bianchi.
Quel selvaggio era un uomo di alta statura, senza alcun pelo sul viso, anzi privo perfino delle sopracciglia, ed invece portava i capelli lunghissimi, neri, grossolani ed arruffati.
Aveva il corpo quasi nudo, dipinto in rosso con striscie nere ed azzurre alternate e sulla fronte e sulle gote portava parecchie penne di tucano appiccicate con qualche mastice o con del miele selvatico e che gli davano un aspetto stranissimo.
Sotto il mento portava il barbotto, formato d’un pezzo di diaspro verde e sul petto gli pendeva una collana formata di conchigliette bianche, distintivo dei capi tribù brasiliani.
Appena entrato si era abbassato fino a terra, sporgendo la lingua e dando segni evidenti d’un profondo rispetto, poi si era rialzato pronunciando alcune parole rauche, affatto incomprensibili, che parevano suoni gutturali usciti dalle profondità del petto piuttosto che dalla gola.
Alvaro, che non si era rimesso ancora dal suo spavento, era rimasto immobile, guardando con inquietudine la pesante mazza del selvaggio credendo di sentirsela da un momento all’altro piombare sul cranio.
L’Eimuro, che doveva aver formulata qualche domanda, vedendo che il portoghese rimaneva silenzioso, si volse verso Garcia che si era rifugiato in un angolo e pronunciò altre parole che non potevano essere comprese meglio delle prime.
Vedendo che anche il ragazzo non apriva la bocca, fece un gesto d’impazienza, poi affacciatosi alla porta mandò un grido che pareva piuttosto un urlo di belva.
Un momento dopo un ragazzo indiano, che non doveva avere maggior età del mozzo, entrava fermandosi dinanzi al capo.