Alcuni indiani, ai quali il ragazzo aveva tradotta la risposta del portoghese, si diressero verso la foresta dove, forse in qualche recinto, tenevano degli animali destinati a surrogare i prigionieri di guerra quando questi mancavano.
Pochi minuti dopo Alvaro li vide ritornare spingendo innanzi a loro uno strano animale che rassomigliava ad un porco, grosso però più del doppio, con una testa assai accuminata che terminava in una piccola proboscite mobilissima.
Se Alvaro avesse avuto miglior conoscenza cogli animali che abitavano le foreste brasiliane, avrebbe subito riconosciuto in quella specie di porco un tapiro, un essere affatto inoffensivo, che vive per lo più nelle foreste umide o nei pressi delle savane, essendo amante delle canne palustri e delle radici delle piante acquatiche.
Il povero animale, come fosse consapevole della sorte che lo attendeva, cercava di ribellarsi e ricalcitrava, ma gl’indiani a furia di legnate e di calci lo spinsero verso il tronco d’una palma legandovelo solidamente con delle liane.
Alvaro fece cenno ai selvaggi di ritirarsi, si avanzò fino a cinquanta passi della pianta e dopo d’aver pronunciato alcune parole misteriose e d’aver alzato replicatamente le mani verso il cielo come se invocasse l’assistenza del gran Manitou, signore della terra e del fuoco, puntò il fucile mirando attentamente.
Un profondo silenzio regnava fra gli Eimuri, il cui numero era triplicato. Sui loro visi si leggeva una estrema ansietà.
Anche il capo pareva profondamente impressionato e guardava con un misto di spavento e d’ammirazione superstiziosa quell’arma che mandava fumo, fuoco e tuono.
Ad un tratto una detonazione rimbombò, strappando ai selvaggi un urlo di spavento.
Alcuni si erano dati a fuga precipitosa, turandosi gli orecchi, altri si erano lasciati cadere al suolo e si rotolavano fra la polvere.
Il capo però ed alcuni altri coraggiosi si erano invece slanciati verso l’albero alla cui base si dibatteva, fra le ultime convulsioni della morte, il disgraziato tapiro.