Quando lo videro esalare l’ultimo sospiro e si furono ben convinti che nessuna freccia lo aveva colpito, tesero le braccia verso Alvaro, gridando a squarciagola:
— Caramurà! Caramurà!
— Caramurà! — esclamò Alvaro. — Io ho udito ancora questo grido. —
Si volse verso il ragazzo indiano che gli stava presso, guardandolo con due occhi strambuzzati, pieni di terrore.
— Che cosa vuol dire Caramurà? — gli chiese.
— L’uomo di fuoco, signore, — balbettò il ragazzo. — Forse che voi non siete il padrone del fuoco?
— Ecco un titolo che mi renderà temuto fra tutte le tribù brasiliane. — disse Alvaro ridendo. — La mia fama è ormai assicurata.
Va ora a dire al capo, che il signor Caramurà è pronto a uccidere il serpente che divora i suoi guerrieri e che.... — continuò poi, curvandosi verso Garcia e abbassando la voce, — giuocherà anche di gambe. —
Il capo, seguito da alcuni guerrieri, si era accostato a poco a poco ad Alvaro, tutto umile e tremante.
— Tu sei il pyaie più possente di quanti ne esistono, — gli fece dire dall’interprete. — Quello che possedevano i Tupinambi — che io avevo fatto inseguire per averlo come mio pyaie, non è nulla a paragone di te.