Un profondo terrore si leggeva sui loro volti e anche la voce del capo aveva un leggier tremito che tradiva la sua paura.

Doveva essere ben terribile quel rettile per impressionare quegli uomini che godevano fama di essere i più audaci di tutti gli abitanti del Brasile.

— Hanno paura e che paura! — mormorò Alvaro che se n’era accorto e che li vedeva avanzare sempre più lentamente. — Che abbiano perduta la loro fiducia in me? Eppure il fucile l’ho in mano e hanno veduto come uccide.

Che razza di bestione sarà questo liboia per atterrire questi uomini? Comincio a essere inquieto anch’io. —

Si erano avanzati di altri cinquanta passi, quando fra le folte foglie delle palme si udì a echeggiare un grido stridente che fece tacere di colpo i pappagalli che schiamazzavano sulle più alte cime d’un enorme paiva.

Gl’indiani s’erano arrestati guardandosi intorno e dando segni d’una profonda agitazione.

— Che cos’è? — chiese Alvaro al ragazzo. — Il grido del serpente?

— No signore, dell’anhima.

— Una bestia?

— Un uccello che si tiene sempre presso i luoghi frequentati dai serpenti delle cui carni si nutre.