Quell’uccello deve aver scorto il liboia ma non oserà assalirlo. È troppo piccolo per provarcisi e avrebbe subito la peggio.

Un liboia non è già un ibiboca.

— Tanto coraggio ha un uccello per affrontare i serpenti?

— È bene armato signore e coraggioso. Eccolo lassù, fra le foglie di quel paiva: guardatelo. —

Alvaro alzò la testa e scorse, appollaiato su una foglia, un bell’uccello, grosso quanto una ottarda, che aveva sul capo un corno aguzzo e alle estremità delle ali due specie di uncini.

Sbatteva le ali e gridava a piena gola come se avesse voluto chiamare l’attenzione degl’indiani e mostrare loro il luogo dove si teneva celato il formidabile rettile.

— Se è vicino andiamo a cercarlo, — disse Alvaro. — Sono curioso di vedere questo serpente.

Gl’indiani però parevano invece poco disposti a farsi innanzi e guardavano i loro pyaie con visibile inquetudine, come se non sapessero decidersi ad avanzare.

— Dì a loro che mi precedano, — disse Alvaro al ragazzo indiano — o che se ne tornino se non si sentono in grado di condurmi là dove il liboia si nasconde. Non sono già venuto qui per guardare le piante.

D’altronde che cosa temono? Non possiedo io il fuoco celeste o non sono più Caramurà?