— Batte sempre e regolarmente, — disse. — Buon segno, d’altronde quest’uomo è robusto. — Lo coprì con un altro strato di foglie e si diresse verso la macchia delle sapucaia.

Non vi era che da scegliere, essendovi parecchie dozzine di quelle piante e tutte cariche di noci enormi.

Alvaro sollevò la corteccia colla punta del coltello e scoprì infatti al di sotto dei filamenti lucentissimi e fitti che potevano surrogare vantaggiosamente il canape.

— Quante cose sa quell’uomo, — disse. — Con queste fibre si potrebbero anche tessere delle vesti e assai resistenti. —

Ne fece un’abbondante raccolta e tornò presso il ferito sollecitamente.

Diaz pareva che si fosse addormentato o che fosse caduto in un profondo torpore. Nondimeno il suo respiro non era affatto affannoso e la febbre non era ancora sopraggiunta. Alvaro fasciò più volte il manicotto di bambù, specialmente verso i margini per impedire qualsiasi filtrazione, poi si sedette accanto al ferito, dicendo al mozzo:

— Che cosa faremo ora? Che cosa accadrebbe di noi se gli Eimuri tornassero qui per impadronirsi del corpo del liboia? E questo è il più grave pericolo che temo.

— Signore, — rispose il ragazzo. — Se trasportassimo il ferito altrove? I selvaggi potrebbero giungere domani.

Se costruissimo una barella con dei rami?

— Non potresti resistere a lungo, mio povero Garcia.