— Questione di abitudini e di costumi signore, — rispose Diaz.
Da noi si mangiano i buoi ed i vitelli, qui si divorano gli uomini come fossero bistecche. Ah! Diavolo! Noi scherziamo e dimentichiamo gli Eimuri ed i Caheti!
— A tavola! — gridò in quel momento il mozzo, levando il vaso dal fuoco. — Finchè gl’indiani mangiano i loro simili noi diamo un colpo di dente ai tatù.
Io credo che valgano meglio della carne umana. —
CAPITOLO XXV. Un combattimento fra antropofagi.
Una settimana era trascorsa dal loro approdo in quell’isoletta, senza che nessun avvenimento avesse turbata la loro esistenza.
La ferita del marinaio si cicatrizzava rapidamente, mercè frequenti unzioni di succo resinoso dell’almescegueira, pianta che era stata trovata su un’isoletta poco discosta e dei Caheti non avevano avuto fino allora più alcuna notizia.
Non avevano fatto altro che mangiare e dormire beatamente e bere matè in quantità, avendolo trovato di loro gusto anche i due portoghesi.
Alvaro però cominciava ad affermare che la noia a poco a poco lo prendeva e che ne aveva un po’ troppo di questa vita così calma e che avrebbe desiderato tornarsene nei grandi boschi anche per variare un po’ i loro pasti che ormai si erano ridotti a uccelli acquatici ed a frutta.
Tatù non se ne trovavano altri su quell’isolotto; altri animali non ne avevano veduti; i tuberi erano pure finiti e se delle testuggini si erano mostrate fra le acque melmose della savana, non si erano però lasciate prendere malgrado i pazienti tentativi del mozzo.