— Io non sono nato per vivere eternamente su un isolotto, — ripeteva ogni mattina ed ogni sera. — Mi sembra di essere un topo in trappola. Torniamo nella foresta.
— Aspettate che io sia completamente guarito, — rispondeva il marinaio, — poi ci metteremo in cerca dei Tupinambi.
— Lasciatemi fare una sola corsa per variare la nostra tavola.
— Non commettete imprudenze, signore. I Caheti possono sorprendervi.
— Se non si sono più mostrati vuol dire che se ne sono andati.
— Non fidatevi: conosco quei selvaggi, e so quanto sono pazienti.
Sono certo che ci spiano. —
Il giorno seguente erano le medesime frasi che si scambiavano, ma tutti i buoni argomenti del marinaio non riuscivano a sradicare interamente il desiderio che tormentava Alvaro, cioè di fare una corsa nelle foreste.
L’ottavo giorno il portoghese che si annoiava mortalmente e non ne poteva più di quella monotona esistenza, armò la canoa, risoluto a fare una gita fino alla costa più vicina per provvedersi di viveri.
Gli uccelli già da qualche giorno avevano disertato l’isolotto, spaventati dagli spari dei due archibugi e la cena della sera innanzi era stata magrissima non avendo potuto trovare che un paio di tuberi e poche frutta già quasi guaste.