Verso la mezzanotte però tutti si stesero ed i fuochi a poco a poco furono lasciati spegnere.
Correa, in preda a tristi pensieri non osava chiudere gli occhi e nemmeno affidare la vigilanza della caravella al mozzo, per paura che quel ragazzo si addormentasse nuovamente.
Di tratto in tratto s’alzava e si spingeva fino al castello di prora, scrutando attentamente la acque della baia, parendogli sempre di veder apparire improvvisamente le quattro piroghe, poi tornava sul cassero per guardare l’oceano.
Avrebbe desiderato che un nuovo uragano scoppiasse, quantunque la caravella si trovasse in tali condizioni da non poter resistere ad un nuovo assalto delle onde.
Invece l’oceano si calmava e anche i nuvoloni che avevano ingombrato il cielo, cominciavano a rompersi mostrando qualche stella.
I cavalloni giungevano sempre più radi e meno violenti. L’intervallo fra l’uno e l’altro aumentava, segno infallibile che l’uragano che aveva sconvolto l’Atlantico stava per cessare.
— Se potessimo gettare la zattera, — disse Alvaro. — Credo invece che noi dovremo aspettare che la calma sia completa onde non vederla sfasciarsi sotto i nostri occhi.
E poi, dove fuggire? Le piroghe non tarderebbero a raggiungerci e preferisco difendermi qui. —
La notte trascorse in continue ansie. Il mozzo si era svegliato e lo aveva raggiunto poco dopo la mezzanotte, non essendosi potuto più riaddormentare.
Quando spuntò il sole la situazione non era cambiata. Vi erano sempre ondate entro la baia, però molto meno violente del giorno innanzi.