Gl’indiani si erano già alzati e stavano osservando la caravella dalla cima delle scogliere, mentre i battellieri stavano spingendo in acqua le piroghe che la bassa marea aveva lasciato a secco fra le sabbie.
— Si preparano ad assalirci, — disse Alvaro al mozzo. — Non spaventarti se li vedi venire e cerca di sparare meglio che puoi.
— Non sono un cattivo bersagliere, signore, — rispose Garcia. — Mio padre, che era sergente nel reggimento di Castiglia, mi ha insegnato per tempo a far uso delle armi.
— Allora tutto andrà bene. Eccoli che si radunano; armiamoci e cerchiamo di maltrattarli più che potremo.
Quegli antropofagi non meritano alcuna pietà e poi si tratta di salvare le nostre bistecche. —
Gl’indiani avevano lasciate le scogliere e cominciavano ad affollarsi confusamente nelle quattro lunghe piroghe, fra un gridìo assordante.
Pareva che tutto d’un tratto fossero diventati furibondi. Alzavano le mazze maneggiandole con supremo vigore e somma abilità e le loro cerbottane già pronte a scagliare le freccie intinte nel velenosissimo curaro, quella terribile miscela formata col succo di varie piante e che non aveva, in quell’epoca, alcun rimedio.
Ordinatisi alla meglio fra i banchi, i guerrieri girarono intorno allo scoglio che aveva protetto le loro piroghe dalle ondate e si spinsero al largo puntando sulla caravella.
Abituati ad eccitarsi con urla acutissime, ululavamo come belve, credendo di spaventare i naufraghi.
Il signor di Correa invece non si atterriva affatto. Esaminata la mina e trovata la sagola incatramata asciuttissima, aveva, con alcune casse e con alcuni barili, improvvisata una barricata sul cassero e vi si era nascosto dietro assieme al mozzo, mettendosi dinanzi gli archibugi ed i due spadoni arruginiti che potevano servire efficacemente in un combattimento corpo a corpo.