— Sperate? — chiese Alvaro guardando il marinaio la cui fronte si era oscurata.

— O lo salveremo o ci divoreranno tutti, — rispose Diaz.

— Ah! Se potessi avvertire i Tupinambi! Ma sono troppo lontani e giungerebbero forse troppo tardi. —

Rospo Enfiato che non sapeva una parola di spagnuolo nè di portoghese, e che perciò nulla aveva potuto comprendere, fu informato dell’esito di quel colloquio e parve soddisfatto dell’audace progetto.

— A questa sera, — disse. — Domani i Tupy o saranno malcontenti o troppo contenti. —

Scrollò le spalle e si mise in cerca della colazione, frugando le macchie vicine colla speranza di poter sorprendere qualche coati o qualche tatù. Pareva che non si preoccupasse troppo del pericolo a cui stava per esporsi, di venire preso e cioè mangiato dai nemici secolari della sua tribù.

La giornata trascorse in continue ansie per Alvaro e per Diaz. Quantunque fossero ben decisi a tentare qualunque sforzo e ad affrontare qualsiasi pericolo, pur di strappare quel bravo ragazzo alla graticola, si sentivano tremare l’anima al pensiero di dover servire da pasto a quegli abbominevoli antropofagi, nel caso, molto probabile, d’un insuccesso.

A sfidare la morte erano abituati ormai, ma finire divorati ed avere per tomba lo stomaco di quei selvaggi ferocissimi, produceva su entrambi una impressione che non riuscivano a vincere.

Alla sera Rospo Enfiato, che durante quelle dodici ore non aveva mai smentito un solo istante il suo sangue freddo, unicamente preoccupato a procacciarsi da mangiare, fece cenno ai due bianchi di seguirlo.

Si trovavano verso il lato meridionale del villaggio, mentre dovevano raggiungere la porta che guardava verso il sole che tramonta, ossia verso ponente.