L’indiano con un lungo giro li condusse verso l’altro lato dell’aldèe, marciando sempre attraverso la foresta, e verso la mezzanotte raggiungeva il margine della pianura su cui sorgeva il grosso villaggio dei Tupy.
Asciugò ad una ad una le sue frecce intinte nel succo mortale del vulrali, per essere più sicuro della loro pronta efficacia, ne cacciò una nella gravatana poi disse con voce sempre tranquilla:
— Andiamo: Rospo Enfiato è pronto. —
La notte era tenebrosa essendo il cielo coperto di nubi. Solo le vaga lume e le perilampo rompevano, coi loro lampi, la profonda oscurità che regnava nelle foreste e sulla pianura.
Fra le alte erbe ed in mezzo ai cespugli, le parraneca, le sapos de mina ed altri batraci muggivano, fischiavano e si gargarizzavano con frastuono indemoniato, coprendo tutti gli altri rumori.
I tre uomini s’avanzavano cautamente, tenendo gli sguardi fissi sulle palizzate del villaggio che si delineavano vagamente fra l’oscurità.
L’indiano di quando in quando si fermava, alzandosi quanto più poteva per esplorare i dintorni, poi riprendeva la marcia strisciando come un serpente.
Un quarto d’ora dopo il minuscolo drappello, senza essere stato scoperto, giungeva sotto la palizzata.
Pareva che nell’aldèe dei Tupy tutti dormissero non udendosi alcun rumore e che perfino il fuoco che ardeva dinanzi al carbet dei prigionieri si fosse spento.
Seguirono la cinta procedendo carponi, finchè giunsero dinanzi alla porta dietro la quale doveva trovarsi il giovane Japy.