— Fuggiamo! — gridò il marinaio.

Rospo Enfiato tornava verso di loro correndo come un cervo. Dei Tupy lo inseguivano agitando le mazze.

— L’ho colpito troppo basso, — ebbe appena il tempo di dire a Diaz.

Si erano slanciati tutti tre attraverso i carbet, preceduti dal ragazzo, ma i Tupy accorrevano da tutte le parti, dalla piazza e dalle capanne che s’appoggiavano alla cinta.

— Signor Viana, fate fuoco o siamo perduti! — gridò Diaz.

Sì, un colpo di archibugio solo poteva arrestare l’orda che stava per piombare su di loro e opprimerli.

Alvaro si volse e fece fuoco in mezzo ai Tupy che irrompevano dalla piazza.

Vedendo quel lampo e udendo quel rombo, i selvaggi si erano arrestati, poi presi da un improvviso terrore si erano dispersi urlando spaventosamente.

Disgraziatamente i guerrieri che venivano dalla parte della cinta e che avevano udito solamente quel tuono senza aver veduto chi lo aveva prodotto, nella loro corsa disordinata si erano gettati fra Rospo Enfiato, Diaz e Japy tagliando fuori Alvaro il quale si era trovato come chiuso fra i fuggenti.

Accortosi del pericolo che correva di venire preso e fors’anche ucciso da qualche colpo di mazza e vista l’impossibilità di raggiungere ormai i suoi compagni, si gettò istintivamente verso la piazza, spinto dalla speranza di attraversare l’aldèe e di poter giungere a qualche altra porta.