Approfittando dello spavento e della confusione che regnava fra i Tupy e anche delle tenebre, potè infatti giungere sulla piazza in mezzo alla quale sorgeva il carbet dei prigionieri, ma colà, con suo terrore s’accorse che il passo gli veniva chiuso dai guerrieri che venivano dalla cinta opposta.
Per un momento ebbe l’idea di afferrare il fucile per la canna e di scagliarsi a corpo perduto fra le file degl’indiani. Comprese però subito che sarebbe stata una follia impegnare la lotta contro quegli uomini che sapevano servirsi così abilmente delle loro terribili mazze.
— Sono preso, — mormorò con angoscia.
Era presso il carbet dei prigionieri e le sentinelle che guardavano la porta, chiusa da una semplice stuoia, erano fuggite.
Un lampo gli attraversò il cervello.
— Garcia è qui, — disse.
Si gettò dentro il fabbricato procedendo a tentoni, tanta era l’oscurità che regnava nella immensa capanna.
— Garcia! Garcia! — gridò.
Un’ombra si era alzata in un canto e brancolava nel buio.
— Chi mi chiama? — chiese una voce.