Nessuno si era occupato del loro compagno, già inabissatosi nelle profonde acque della baia.

Un altro colpo di moschetto, sparato dal mozzo e che fracassò un braccio ad un remigante, li avvertì finalmente che quei misteriosi messaggeri di morte non cadevano giù dal cielo che era tornato limpido, ma che partivano invece dalla nave.

Avevano scorto il lampo a balenare sul cassero e anche la nuvola di fumo che la brezza mattutina non aveva ancora dissipata.

Uno stupore impossibile a descriversi si era impadronito di quegli ingenui, per quanto feroci figli delle vergini foreste americane.

Muti pel terrore, guardavano la caravella senza osare più a toccare i remi. Quale bestia doveva essere quella che lanciava fuoco e fiamme e che ad una così grande distanza ammazzava o mutilava gli uomini?

Nondimeno lo stupore non durò molto in quei selvaggi abituati a vivere in continua guerra fra tribù e tribù. L’avidità fu più forte della paura e ripresero ben presto i remi spingendo rapidamente innanzi le loro piroghe per giungere presto sotto la caravella.

Ormai avevano scorti i due naufraghi e contavano di vincerli facilmente e anche di mangiarseli presto.

— Signor Alvaro, — disse il mozzo. — Continuano ad avanzarsi egualmente. Il tuono non basta a fermarli e nemmeno le nostre palle.

— Vi è la mina pronta e vedrai come salteranno. Aspetta che giungano sotto la prora.

— E noi?