Caramurà! Caramurà! Paraguazu!

Erano in preda alla più violenta eccitazione. Dimenavano furiosamente le mazze percuotendo il suolo, balzavano come tigri, roteando su sè stessi e si graffiavano le gote facendo zampillare il sangue, ripetendo sempre:

Caramurà paraguazu!.... Paraguazu!

— Che cosa vorrà dire paraguazu? — si chiese Alvaro.

— Ho udito a pronunciare ancora questa parola quando mi condussero qui, — disse Garcia. — Sarà qualche imprecazione. —

Altri guerrieri erano usciti portando sulle loro mazze, incrociate a guisa di barella, un uomo che non dava più segno di vita e che aveva ancora, infisso nei capelli, un diadema di penne di tucano.

— Ho ucciso qualche capo, — disse Alvaro.

I guerrieri deposero a terra il cadavere, poi cominciarono attorno a lui una fantasia indemoniata, ululando come guarà.

Spiccavano salti, percuotevano con fracasso assordante le mazze, soffiavano entro flauti di guerra formati con tibie umane, poi tendevano le pugna verso Alvaro con gesto minaccioso.

Altri guerrieri erano sopraggiunti e altri ancora ne venivano dai carbet vicini e tutti armati di mazze, di gravatane, di archi lunghi quasi due metri e di scuri di pietra o di conchiglia.