Ad un tratto una fitta tempesta di freccie attraversa l’aria. Archi e gravatane lanciano dardi verso il tetto della prigione con rapidità prodigiosa, contro le pareti e contro i vasi che barricano la porta.

— Ci assalgono, — disse Alvaro, sdraiandosi sul tetto, subito imitato da Garcia.

Le frecce però non giungevano fino a loro, giacchè i selvaggi si tenevano prudentemente a debita distanza. La paura li tratteneva ancora, quantunque in meno di due minuti il loro numero si fosse raddoppiato.

Erano almeno quattrocento e guai se in quel momento si fossero scagliati tutti insieme all’assalto del carbet.

Alvaro ben poco danno avrebbe potuto fare con un solo fucile e che per ricaricarlo richiedeva un certo tempo. Avesse almeno avuto anche quello del mozzo!

Quel grandinare di freccie, e probabilmente avvelenate, durò alcuni minuti, fra un frastuono impossibile a descriversi, poichè i selvaggi per eccitarsi non cessavano di urlare e di percuotere le une contro le altre le mazze; poi alcuni guerrieri, i più valenti della tribù, si staccarono dal grosso dirigendosi verso la porta del carbet.

— Signor Alvaro, — disse il mozzo che cominciava a perdere un po’ della sua sicurezza. — Vanno a sfondare i vasi che barricano la porta.

— La vedremo, — rispose il signor Viana, alzandosi.

Un capo precedeva il drappello, facendo eseguire alla sua mazza dei mulinelli vertiginosi.

— Voglio provare a spaccargliela fra le mani, — mormorò Alvaro. — Se vi riesco si persuaderanno che nulla resiste al fuoco di Caramurà. —