Come la sera innanzi, il cielo a poco a poco si era coperto, sicchè l’oscurità era scesa fittissima. Anzi delle larghe gocce di pioggia quasi tiepida, cadevano con un sordo crepitìo sui tetti dei carbets.
Gl’indiani pareva che fossero scomparsi o che si fossero rifugiati nelle capanne e nessun fuoco era stato acceso nei dintorni della piazza.
Quella calma e quell’oscurità non rassicuravano Alvaro, anzi lo rendevano più inquieto.
— Che cerchino di sorprenderci approfittando delle tenebre? — si domandava ad ogni istante.
— Signor Alvaro, — disse Garcia, — se noi tentassimo di andarcene? Non vedo più i selvaggi.
— Non fidarti, ragazzo. Io sono certo che ci spiano e che aspettano forse il momento di assalirci.
Sdraiati presso di me e teniamoci pronti a rispondere. —
Si rannicchiarono sulla cima più alta del carbet, l’uno accanto all’altro, coprendosi con alcune foglie strappate dal tetto e che avevano delle dimensioni mostruose.
I goccioloni continuavano a cadere, crepitando, ed in lontananza si udiva di tratto in tratto a rumoreggiare il tuono. Nessun lampo però rompeva la profonda oscurità che regnava sull’aldèe e sopra le mensime foreste che la circondavano.
Alvaro che teneva la batteria dell’archibugio nascosta sotto la casacca onde la polvere dello scodellino non si bagnasse, ascoltava trattenendo il respiro.